EikonCultureVisualReflections

 

© Alessandro Ingoglia ECVR Member

 

"CINA 中國"

Raccontare la Cina non è facile, tanto più se a parlare sono le immagini piuttosto che le parole.Prima però di far parlare le mie fotografie proverò a raccontare brevemente qualcosa di questo viaggio attraverso questo fantastico Paese.  La Cina è grande, lontana ma allo stesso tempo, per certi aspetti, molto vicina, molto diversa dal nostro mondo occidentale, ma sempre più simile ad esso: piena di aspetti contraddittori. Potrei dire che la Cina è un mondo a sé, che spazia dalle moderne metropoli a paesini rurali e poveri, attraverso i fasti imperiali di un passato che spesso provano a dimenticare e paesaggi mozzafiato. La Cina è difficile da conoscere anche perché spesso si parte verso questo Paese con l’idea del nostro immaginario da occidentali; molti infatti la guardano con diffidenza, addirittura non la considerano affatto come meta per le vacanze, tuttavia basta avvicinarsi un po’ per rimanerne affascinati. Non ci vuole molto per scoprire, infatti, che ad ogni angolo c’è qualcosa di cui rimanere stupiti, perché parliamo di un Paese stupendo, pieno di luoghi incantevoli, dalla cultura e tradizioni millenarie. La curiosità che ho sempre avuto per questo Paese mi ha portato dunque a recarmi nel loro mondo cercando di non visitare solo quello che viene chiamato “il triangolo d’oro” e cioè Pechino, Xi’an e Shanghai ma allargando il mio itinerario passando da Suzhou e Hangzhou per poi scendere fino a Guilin e le risaie della spina dorsale del drago, Yangshou e poi ancora Lijang. Il tutto in 29 giorni, 12 aerei, 2 treni, 1 nave e tanti autobus, metropolitane, scooter, bici e  taxi.
Un’esperienza che comunque potrebbe vivere chiunque decida di recarsi in Cina, senza alcuna preparazione linguistica o culturale specifica e con tutte le difficoltà che si possono presentare nell’affrontare esilaranti comunicazioni con quei cinesi che, se masticavano un po' di inglese, si sforzavano di conversare e tentavano di sapere tutto di te o, come più di frequente, ti ignoravano del tutto trasformando perfino l’andare al ristorante in un’avventura quando il menù scritto esclusivamente in cinese era del tutto inintelligibile… Attraverso queste fotografie ho cercato di cogliere  soprattutto dei momenti di quotidianità così da poter rivelare a chi le guarderà la varietà, la bellezza e la complessità della gente di questo Paese.

 

La Ferita di  Rinaldo Alvisi

Dunque, eccomi a voi.
In prima battuta, però, voglio specificare che, non conoscendo personalmente Alessandro Ingoglia,  poggiando cioè  la mia analisi esclusivamente sulla osservazione delle sue immagini, non potrò che essere il più onesto possibile, dal punto di vista intellettuale, quanto alla lettura fotografica che proporrò. Ovviamente lo sono sempre, ma questo è un motivo in più, essendoci un totale distacco dalla persona.
Ebbene, io sono convinto che il fotografo deve imparare perfettamente la tecnica, deve conoscerla con profondità e ampiezza; poi, però, DEVE dimenticarla, eleggendola a fenomeno interno, ad automatismo naturale. Rimossa dalla coscienza, la tecnica sarà il respiro del fotografo. Questi, inconsapevole e libero, dirigerà la concentrazione esclusivamente verso ciò che conta davvero: le “vittime” da riprendere con lo scatto.
Ora, nelle fotografie del nostro Alessandro si percepisce chiaramente la “padronanza inconscia” dell’arte tecnica, “l’arte senz’arte” (per evocare Bresson), che lo ha condotto a un PRIMO sbalorditivo risultato: la centralità dell’uomo dimostrata attraverso la “assenza fotografica” dell’uomo stesso. Si tratta di una regola compositiva fuori degli schemi ordinari, che è la regola di Alessandro, dettata da una spiccata sensibilità interiore.
Provo a spiegarmi.
In fotografia, si sa, i cosiddetti punti d’interesse, che derivano da una sintetica applicazione della regola aurea, non coincidono mai con il centro geometrico dell’immagine (il tema è troppo articolato per approfondirlo in questa sede). Ed è  su di essi che “devono” essere collocati i protagonisti della scena ripresa. Se l’occhio fosse costretto a guardare un soggetto posto al centro dell’immagine, si annoierebbe, troverebbe un vuoto virtuale. Vogliamo attirare l’attenzione dell’osservatore? Bene, poniamo allora i nostri soggetti sui punti d’interesse, che si formano per l’intersezione delle linee di forza che dividono in terzi il frame.  
In Alessandro Ingoglia, invece, abbiamo molte delle immagini che compongono il suo reportage in cui l’uomo è posto al centro del fotogramma. Il risultato conseguito, interessantissimo, è che l’uomo non cattura l’attenzione e, fotograficamente parlando, scompare, annichilito dal mondo esterno che  diventa, in apparenza, il protagonista della vicenda fotografica.
Grazie a questa “inconsapevole” scelta tecnica, ricorre per noi osservatori la possibilità concreta di cogliere gli aspetti di vita reale che caratterizzano quei luoghi lontani. E allora sappiamo della povertà, la tocchiamo proprio con mano; sappiamo di una sorta di solitudine urbana, e diventiamo soli anche noi; sappiamo della sporcizia, e diventiamo sporchi; sappiamo dell’inquietudine, e diventiamo inquieti; sappiamo dell’abbandono, e diventiamo abbandonati.
Vedete, inizia ad avere concretezza il formidabile paradosso fotografico di Alessandro Ingoglia, di altissimo grado concettuale: contravvenendo alla regola aurea, l’uomo è posto al centro del fotogramma; l’occhio non è interessato e “non lo vede”; l’ambiente circostante guadagna il sopravvento; si apprezzano gli aspetti della vita – assenza, mancanze, omissioni, costruzioni, architetture, sovrastrutture; infine, apprezzando il complesso delle condizioni in cui vive, si torna all’uomo, in un circolo appunto paradossale. Filosofia pura!
Ma non è tutto.
In altra parte delle fotografie si ha pur sempre la valorizzazione dell’essere umano, ma attraverso decisioni compositive ben diverse da quelle che ho descritto finora. Qui, l’emersione dell’individuo, chiara ed esplicita, è conseguita ponendo al centro dell’immagine un vuoto reale e concreto, intorno al quale ruotano figure disegnate da poche tinte forti, in alcune occasioni un solo irreale colore. Si vede prevalere il gioco di sguardi, espressioni e movimenti che s’incrociano. Più volte, il contesto urbano, o altro che sia, è lasciato sullo sfondo - o comunque in disparte - affinché se ne percepisca soltanto la presenza, sì da non esserne sopraffatti. Tutto ciò porta a guardare l’uomo, ad apprendere di lui tutto, ma in VIA DIRETTA. Si stabilisce, insomma, una linea di congiunzione con l’alterità, con il nostro simile, un vero e proprio dialogo, un cordone ombelicale fatto di conoscenza.  
Le fotografie di Alesandro Ingoglia sono una ferita che attraversa le nostra mente razionale, la nostra mente emotiva. Speriamo che non si rimargini mai.

Intervista ad Alessandro Ingoglia

Ciao Alessandro, ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono ?
Ciao, mi chiamo Alessandro Ingoglia, ho 40 anni e sono di Palermo, non mi definisco un fotografo bensì un appassionato che fotografa con vera passione.

Come è nata in te questa passione?
Ho sempre fotografato, fin da quando ero ragazzo mi piaceva fermare il tempo per poter poi rivivere il ricordo guardando lo scatto, poi a 18 anni quando mio zio mi regalò la sua Olympus OM10 ho cominciato a scattare con più consapevolezza ma sempre per bloccare i ricordi anche perché preferivo esprimermi artisticamente con la musica e la pittura. Avevo intrapreso gli studi in Conservatorio di chitarra classica e composizione, purtroppo però ho dovuto interromperli senza poterli portare a termine, da quel momento la mia creatività ha cambiato direzione ed è cambiato il mio modo di vedere la fotografia non più soltanto come taccuino visivo delle vacanze o del compleanno ma anche come mezzo di espressione artistica e di linguaggio.

Cos’è per te la fotografia ?
La fotografia è un mezzo, un mezzo per conoscere e per conoscermi, sono molto convinto che in ogni fotografia non ci sia soltanto il soggetto ritratto ma c'è anche una parte del fotografo e questo l'ho capito quando non potendomi più esprimere attraverso la musica ho scoperto che lo potevo fare attraverso la fotografia, da quel momento ho cominciato a guardare il mondo in modo diverso e ho cominciato a studiare la fotografia attraverso dei corsi, workshop e alla lettura dei grandi autori e dei tanti appassionati che come me si impegnano in una fotografia espressiva e di contenuto.

Qual è la tua foto preferita e perchè ? 
Essendo un sentimentale potrei dire che tutte le mie foto sono preferite, tuttavia dovendo sceglierne una direi che il ritratto di bambina che dorme nell'Hutong di Pechino. Mi trovavo lì per la serata, vedo questa bambina che dormiva avvolta da una luce pittorica bellissima, ma decido di non scattare… Ripasso dopo qualche minuto, tentenno, ma non mi fermo, al terzo passaggio, vedendo che la bambina non si era ancora svegliata e che nel frattempo si era messa accanto a lei una donna che ho presunto fosse sua madre, mi sono deciso e  ho scattato convinto anche del fatto che quel momento non si sarebbe più ripresentato. E oggi aggiungo, fortuna che ho scattato, ritengo questa foto una delle più belle che abbia scattato fino ad ora.

Se avessi la possibilità, chi o  che cosa ti piacerebbe fotografare ?
Ho sempre legato la fotografia a momenti di svago e di vacanza per cui le mie foto sono per lo più indirizzate verso la scoperta di usi e costumi dei paesi che visito e delle loro genti e quindi hanno un taglio antropologico, proprio per questo mi piacerebbe dare un taglio più sociale alla mia fotografia, perché credo che se le immagini hanno forza possono spostare le montagne e scuotere le coscienze, per cui se ne avessi la possibilità mi piacerebbe raccontare la storia di chi è in difficoltà, di chi vive in condizioni economiche o psicologiche di disagio...

I tuoi viaggi, i tuoi spostamenti, sono ormai parte integrante del tuo modus vivendi…
Viaggiare è una delle cose che arricchisce di più lo spirito, intendo il viaggio come una scoperta a 360º sia del paese che decido di visitare che di me stesso.

Cosa ti insegna ogni viaggio che fai?
Da ogni viaggio imparo sempre tante cose, dopo aver visitato i monumenti principali mi piace girovagare per le strade senza meta, perdendomi letteralmente, questo però mi permette di entrare nel quotidiano della città che sto visitando e cerco di entrare in contatto con qualcuno senza per forza poi fotografarlo quanto piuttosto per capire meglio la loro cultura.

Quali sono gli autori contemporanei che ti  interessano?
Tra gli autori contemporanei seguo i lavori di diversi fotografi italiani come Valerio Bispuri, Fausto Podavini, Pietro Mastrurzo, Giovanni Cocco, per dire i primi che mi vengono in mente, ma la lista sarebbe molto più lunga, osservo anche il lavoro di chi come me fotografa per passione e con questi amici condividiamo riflessioni sulla fotografia dei grandi e sulle nostre. Tra gli stranieri, amo i lavori di Alex Web e sua moglie Rebecca, e Monica Bulaj.

Se dovessi scegliere una foto che ti rappresenti?
Beh praticamente potrei dire tutte, perché come ho già detto in ogni fotografia non c'è solo il soggetto ma anche il suo autore, se ne dovessi scegliere una direi una foto della serie Cina dove è una madre gioca con la figlia schizzando l'acqua in riva ad un lago, mi rappresenta perché mi riconosco nella spontaneità del gesto, e nello stupore della bimba per un qualcosa di molto semplice ma che la diverte, così come quando vado in giro a fare foto, mi stupisco di ciò che mi circonda anche quando è un luogo che già conosco.

Che rapporto cerchi di instaurare con le persone  che vuoi ritrarre?
Non ho un modo preciso, a volte prima di scattare cerco di ottenere la fiducia del soggetto affinché sia a proprio agio nei miei confronti e verso la macchina fotografica, a volte invece a seconda delle situazioni prima scatto e poi sè necessario mi soffermo a scambiare due parole, di sicuro faccio sempre un grande sorriso e ringrazio tutte le volte che mi avvicino e scatto una foto ad una persona.

Premi ricevuti per i tuoi lavori fotografici
Non ho partecipato a molti concorsi fotografia in verità, solo l'anno scorso mi sono deciso a partecipare al concorso DIARIO DI VIAGGIO 2016 del National Geographic Italia e TWP e con mio sommo stupore ho vinto proprio con una selezione delle foto che compongono la serie CINA. Ricevere la telefonata dal Photo Editor del National Geograpfic è stata una bella emozione, che non dimenticherò facilmente. Da questo premio ho cominciato a partecipare ad altri concorsi.

Di solito fotografi con un proposito in mente, o ti lasci trasportare dalle opportunità che sorgono?
Se ho in mente un progetto da sviluppare cerco di immaginare quali foto scattare, tuttavia mi lascio trasportare dalle situazioni, l'importante è sempre scattare con la consapevolezza di trovare immagini che siano rappresentative per la storia e vadano oltre il puro valore estetico, che pur essendo importante nell'intento di un racconto per immagini a volte può non essere sufficiente per far funzionare la storia nel suo insieme.

Descrivi i tuoi strumenti di lavoro attuali?
Ho abbandonato già da un paio d'anni il sistema reflex e scatto ormai solo con mirrorless nella fattispecie con X100s e XPro2 di Fuji di cui sono pienamente soddisfatto uso prevalentemente il 28mm equivalente in entrambe le macchine perché è l'ottica che mi permette di stare dentro la scena quanto basta per non essere invadente.

Vuoi aggiungere le tue considerazioni personali?
Innanzi tutto vorrei ringraziare Vito Finocchiaro e tutto lo staff di Eikon per questa intervista, e vorrei chiudere con un pensiero sulla fotografia di un grande fotografo che amo molto, nel quale mi ritrovo, H. C. Bresson: "La fotografia non è come la pittura. Vi è una frazione creativa di un secondo quando si scatta una foto. Il tuo occhio deve vedere una composizione o un'espressione che la vita stessa propone, e si deve saper intuire immediatamente quando premi il clic della fotocamera. Quello è il momento in cui il fotografo è creativo. Oop! Il momento! Una volta che te ne accorgi, è andato via per sempre."

Grazie Alessandro per il tempo che ci hai dedicato...

Back

 

vito.finocchiaro@eikonculture.com